Arrostire le carni direttamente sul fuoco è stata certamente la prima forma di cottura utilizzata dall’uomo il cui uso domestico risale, secondo l’antropologo Richard W. Wrangham, professore ad Harvard, a circa due milioni di anni fa, mentre il primo focolare sinora individuato sembra posteriore di circa cinquecentomila anni.

Mentre gli animali interi e i grossi pezzi di carne venivano cotti in buche e ricoperti interamente dalle braci, o disposti su pietre ollari tenute costantemente calde dal fuoco, le piccole parti erano infilzate su sottili ma resistenti bastoni, eventualmente avvolte in foglie per mantenerne gli umori, ed esposte direttamente al calore del fuoco mentre venivano costantemente rigirate.

Da questo attrezzo primordiale, per giungere allo schidione di ferro, passa un lunghissimo lasso di tempo: compare infatti solo in epoca Tardo Medievale su quei rari trattati di cucina giunti ai giorni nostri, in cui viene denominato “spiedo”, attingendo alla parola latina medievale spetus che, a sua volta, è di origine longobarda, riagganciandosi all’antico francese espiet e all’inglese spit. In origine questi termini volevano tutti designare un’arma bianca costituita da un’asta di legni resistenti e flessibili, come il tasso o il frassino, della lunghezza di due metri circa; a una estremità montava un’aguzza punta di metallo generalmente a forma di rombo o di foglia.

Nelle grandi cucine dei nobili e dei potenti, sin dal Medioevo esistevano spiedi di diversa lunghezza e caratura e la scelta da parte del cuoco dello spessore dello schidione dipendeva, ovviamente, dal peso dell’animale da infilare. Lo spiedo era in genere montato su anelli fissati sui due robusti sostegni laterali in metallo, progettati per reggere lo spiedo ad altezza variabile davanti o direttamente sopra il fuoco.

fonte (Italia a Tavola, Dic 2009)